venerdì 20 ottobre 2017

Palazzo Banciforte

Bella mattinata di sole, temperatura mite, adattissima per percorrere Le Vie dei Tesori artistici palermitani. Macchinetta fotografica rigorosamente analogica in saccoccia, mi presento di buonora dinanzi al seicentesco Palazzo Branciforte. Desidero immortalare, soprattutto, l'anima dell'edificio, cioè quella trama di altissime impalcature lignee che, corredate di scaffalature numerate, conservarono i beni non preziosi (materassi di lana, biancheria, attrezzi da cucina, eccetera) di coloro (700 al giorno?) che, a far data dal 1801 e fino all'ultimo scorcio del XX secolo, varcarono il portale bugnato del Monte dei Pegni Santa Rosalia per ricevere, in pecunia, il credito necessario a riempire lo stomaco dei figli... almeno per qualche giorno.
Il Palazzo, che prende il nome dal primo proprietario Nicolò Branciforte e Lanza dei Conti Raccuja, dal 2005 è entrato nella disponibilità della Fondazione Banco di Sicilia che ha affidato i restauri all'architetto di fama internazionale Gae Aulenti (*1927 + 2012).
Mi accollo un'oretta di fila, quindi salgo i gradini che conducono alle agognate sale parzialmente ricostruite dopo il devastante incendio seguito ai moti rivoluzionari del 1848. I danni inflitti dai bombardamenti dell'ultima guerra mondiale sembra che siano percepibili solo nel candido locale, con volte sostenute da una miriade di grigie colonne di Billiemi, che ospita  reperti archeologici di epoca preistorica, greca, magnogreca, siceliota, ecc.. 
La gentile guida permette le foto (senza flash, per carità). Eccone alcune:

La Biblioteca custodisce circa cinquantamila volumi.  Il soffitto della Sala di lettura accoglie l'affresco di Ignazio Moncada di Paternò (*1932 +2012). Figlio di Giovanna Lanza Branciforte, fu precursore della Pont Art (arte del dipingere sui teloni plastici che coprono i ponteggi di edifici in restauro) e pregevole ceramista. Si riconosceva nel MAC, Movimento per l'Arte Concreta, fautore dell'"Astrattismo Libero".


L'EX MONTE DEI PEGNI

 
Scaffalature lignee del fu Monte dei Pegni Santa Rosalia.

 


 




 IL MUSEO ARCHEOLOGICO

 


 





 


I CORTILI


















Foto e didascalie di Leo Sinzi (zio-silen)

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martedì 17 ottobre 2017

Castello dell'Uscibene: immagini

Talvolta, attraversando il ponte pedonale su via Regione Siciliana, nei pressi dell'incrocio con Corso Calatafimi, il mio sguardo si posa su quella struttura dalle linee tipicamente normanne che - a breve distanza  emerge dalla rigogliosa vegetazione di una collinetta. Il lato destro poggia su una moderna casa di abitazione riccamente addobbata di condizionatori, antenna parabolica ed altro: l'effetto è surreale. Si tratta della cappella del Castello Uscibene (XII Sec.). Per raggiungerla basta imboccare (a piedi) la stradella, parallela di Via Nave, che si trova a ridosso del succitato ponte pedonale e percorrerla per poche decine di metri all'interno di Fondo De Caro.




Arcate cieche disegnano la severa facciata della Cappella (restaurata negli anni venti del 1900 dall'Arch. Francesco Valenti), che presenta un interno spoglio con copertura lignea.




Arcate ogivali cieche e paraste si possono ammirare anche sul prospetto laterale. La foto a destra mostra il prospetto posteriore (rivolto ad oriente), al quale in origine si appoggiava la torre di guardia. Nel livello inferiore - tra cumuli di terriccio di risulta - si intravedono i resti del tunnel che correva, in parte, sotto la torre e che fungeva da camera dello scirocco.

L'ingresso ai vani del Castello si trova ad un livello inferiore rispetto alla Cappella.

L'edificio si fa risalire all'epoca del regno di Ruggero II, il normanno (alcuni esperti lo collocano nel precedente periodo di dominazione araba) e faceva parte dei "sollazzi reali" tra i quali ricordiamo La Zisa, la Cuba soprana e la Cuba sottana. Gugliemo II ( il Buono) nel 1177 lo cedette al clero palermitano che lo detenne fino al XV secolo. Quindi entrò nella disponibilità di privati. Seguì un lungo periodo di abbandono. Di recente la competente Soprintendenza ne ha avviato il recupero ed il restauro.





Sullo stesso livello della Cappella (seminascosti tra le moderne abitazioni) si trovano dei locali di servizio.








Un alto fornice, oggi parzialmente tampognato, immette nella Sala della Fontana con l'esedra centrale adornata di muqarnas (resti) che ricordano l'omonima sala del Castello della Zisa. Le due nicchie laterali  - attraversate da una possente arcata (di epoca successiva?) con funzione di sostegno della volta a crociera - presentano i catini con superficie plissettata da un sequela di suggestive costole triangolari, al pari di quelle presenti nel Castello di Maredolce o della Favara. Colonnine angolari (oggi custodite presso la Chiesa di Altarello di Baida) decoravano la fontana posta in posizione centrale.









  




Basse aperture conducono ai corpi laterali alla Sala dell'Esedra. Interessanti i piccoli vani che si aprono sotto la volta.


 

La camera dello scirocco vista dall'interno. Una minuscola apertura sul lato destro permette ai visitatori di sbirciare nell'antro della sorgente che un tempo alimentò la fontana dell'Esedra.


 








Foto e didascalie di Leo Sinzi (zio-silen)

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venerdì 8 settembre 2017

Astronave sui cieli di Palermo?

Stamattina Palermo si è svegliata sotto una enorme astronave. Saranno gli alieni o le avvisaglie del primo temporale autunnale?


Leo Sinzi/ZS 




Foto e didascalie di Leo Sinzi (zio-silen)



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martedì 1 agosto 2017

Country karaoke ad Altavilla


I nuovi barbari, con l'avvento dell'estate, escono dal letargo degli animaloidi, rimuovono polvere e ragnatele dai loro strumenti di tortura, lasciano le invernali caverne e mafioseggiano per spiagge e campagne.

Le loro origini sono ben note: le contrade palermitane, nel lontano 445 d. C., vennero invase dai loro proavi (ben più civili degli epigoni) che, per circa 90 anni, ne fecero  luogo di scempio e rovina. Per lunghi secoli - dopo essere stati cacciati a "cargagnàti" - i loro geni rimasero in sonno, fino a quando gli effluvi  della "munnizza" sparpagliata lungo le arterie costiere,  superata la soglia dell'umana tolleranza, hanno innescato l'oscuro  processo che (ahinoi!!)  ha portato al loro risveglio.

Le orde, rinvigorite dalle ombre della sera, annunciano la loro terrificante presenza lanciando il grido di guerra: "prova... prova... prova... alza i bassi, equalizza gli acuti".  Il capo branco, con sadica efficienza, spia gli inermi "cristiani" che si apprestano al meritato riposo: poche ore di ristoro sottratte ad intere giornate di duro lavoro. Al chiudersi dell'ultima tapparella, un "jocu ri focu" di cacofonie - che solo gli acefali possono spacciare per canzoni - vengono sparati nell'aere ad investire una superficie di svariati chilometri quadrati e rovesciati sugli increduli malcapitati con effetto supplizievole. Un repertorio che spazia dai neomelodici alle canzoncine per bambini, passando per il pop rock anni '60 in salsa italica, viene proposto, in versione osteria, da energumeni (spesso brilli) privi di  pudore, dignità e senso civico che, arraffato il microfono, straziano le orecchie dei seviziati villeggianti con asinine emissioni sonore, lupeschi ululati, scatarranti gorgoglii e gutturali mugugni. I "mischini" che azzardano qualche protesta - illudendosi che ancora la libertà personale finisca dove comincia quella altrui - vengono sommersi da grugniti in fà maggiore che li disperdono malconci, inducendoli a rifugiarsi in novelle catacombe ove poter svolgere clandestinamente e in pace il meraviglioso esercizio del silenzio.

Il Parlamento di recente ha approvato una legge contro la tortura che contempla pene fino a dodici anni di reclusione... prevediamo enormi retate di karaoketari.


Alle Vittime dei barbari del karaoke dedico questi versi, dai radi richiami ottocenteschi, che alludono all'immutabilità della barbarie nel tempo:

Country karaoke

Tenebre in pena sorgono dai lampi
del tramonto. Freddo ai lamenti l'empio
alza il sipario al mondo. Sprezza il Silenzio
i Sogni. Nel sabba si confonde.

L'orda selvaggia s'agita
al suono dei tamburi
raglia - alla voce, ronda -
ulula in controdanza.

L'aria di sdegno vibra, trema
l'ulivo e l'olmo. Lascia il nido l'allodola
l'ala distende attonita.

Nere vampire scrutano anime ignave, perse.
Miasmi le menti annebbiano, viscere
son riverse. Baccanti di Dionisio
- civette per precetto - ballano
scinte: al dio offrono fianchi e petto.

Stretta la mano all'oro, il reprobo
s'intana, scaracchia, stona in coro
(bella canea di pari!) il suo peana.

L'insonne invoca il cielo: "un segno..." se ne duole.
S'affaccia solo il sole. Sarà messo di pace?

Nell'alba stralunata la frotta ancora
canta, sguazza nel brago (o stia?) s'ammuta...
poi ricanta.






Cuntu e versi di Leo Sinzi (zio-silen)

martedì 25 luglio 2017

Ogi leggiamo Giorgio Caproni: "Il carro di vetro"


Il carro di vetro

Il sole della mattina,
in me, che acuta spina.
Al carro tutto di vetro
perché anch'io andavo dietro?

Portavano via Annina
(nel sole) quella mattina.
Erano quattro cavalli
(neri) senza sonagli.

Annina con me a Palermo
di notte era morta, e d'inverno.
Fuori c'era il temporale.
Poi cominciò ad albeggiare.

Dalla caserma vicina
allora, anche quella mattina,
perché si mise a suonare
la sveglia militare?

Era la prima mattina
del suo non potersi destare.



Giorgio Caproni




Foto di Leo Sinzi (zio-silen)

giovedì 29 giugno 2017

Immagini dall'Abbazia di San Martino delle Scale

Immagini dall'abbazia benedettina - sulle colline di Palermo - che accoglie la conosciutissima Chiesa di San Martino delle Scale.





 








 


 









 


















Foto di Leo Sinzi



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